Visualizzazione post con etichetta cementificazione. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cementificazione. Mostra tutti i post

9.11.21

CEMENTIFICAZIONE E CENTRI STORICI TRA DEGRADO, TUTELA E SPECULAZIONE: IL CASO DI FRATTAMAGGIORE

Immaginiamo che un giorno, a Napoli, decidano di buttare giù il palazzo Marigliano o il palazzo Venezia, con le loro ringhiere in ferro battuto, le pitture sui soffitti, gli stucchi e le cornici, per fare spazio ad un anonimo condominio di venti o trenta appartamenti. 

Immaginiamo che un giorno, a Roma, si demolisca qualche residenza nobiliare dell’epoca papalina, una di quelle in cui viveva il Marchese del Grillo, con il portale in travertino, le nicchie a bocca di leone per spegnere le torce e i ganci per legare i cavalli, per tirare su un residence con parcheggio.

Immaginiamo quei muri, quei balconi, quelle finestre, quei cortili  magari un po’ malridotti e fatiscenti che ci raccontano la storia dei nostri antenati, che sono come l’album di famiglia delle nostre città, spazzati via impietosamente dalle ruspe. Una barbarie? Eppure succede davvero. Non nel ventennio fascista, non nella Napoli di Lauro e dei palazzinari al potere ma oggi, nel ventunesimo secolo. Succede in molti Comuni delle nostre parti. Succede anche a Frattamaggiore, dieci chilometri a nord di Napoli.

Questa città, fondata secondo la tradizione dai profughi di Miseno che nel nono secolo d.C. scappavano dalle invasioni saracene, in un luogo coperto da una vegetazione fatta di cespugli e “fratte”, si conquistò un posto di rispetto nella Campania Felix grazie alla produzione e al commercio della canapa, che diedero lavoro a intere generazioni di uomini e di donne. I padroni di quella terra generosa si arricchivano e con il danaro guadagnato si costruivano sontuosi palazzi e li adornavano con edicole votive, per assicurarsi la protezione dei santi e un posto in Paradiso. Scavando per costruire le fondamenta di quei palazzi, a volte riemergevano dalla terra un vaso, un piatto o un pezzo di colonna appartenuti all’antica città di Atella o ai piccoli villaggi circostanti che esistevano prima dei Romani, i cui abitanti inventarono la prima forma un po’ rozza di teatro basata sulle maschere da cui deriva la nostra commedia. Poteva accadere che qualcuno decidesse di incastonare quel pezzo di colonna dentro un muro portante del palazzo, mostrandolo orgogliosamente come un lascito degli antichi progenitori. In epoca moderna la lavorazione della canapa si spostò nei grandi opifici costruiti in periferia, in cui lavoravano centinaia di operai, che oggi restano con le loro altissime ciminiere a ricordare una storia gloriosa, fatta di fatica, sudore, fanciullezza rubata e puzza di fibre macerate.

Tutto questo mondo sta scomparendo per sempre. Dagli anni ’70 in poi è andata avanti una distruzione progressiva del tessuto edilizio storico della città, che negli ultimi anni ha preso un’accelerazione impressionante, mentre gli uffici tecnici sfornano a ritmo continuo licenze per abbattimenti e ricostruzioni, oltre a quelle per le nuove cooperative edilizie, mostri di cemento che nascono come funghi e divorano gli ultimi fazzoletti di verde e di suolo libero. Quello che ha sopravvissuto nei secoli a invasioni barbariche, guerre e terremoti sta per cadere sotto i colpi impietosi della speculazione, che sta radendo al suolo palazzi antichi, lasciati per troppi anni nell’incuria e nel degrado, perché la loro manutenzione costa troppo e i proprietari, spesso eredi dei patrimoni delle ricche famiglie di un tempo, preferiscono disfarsene e incassare subito i soldi che vengono loro offerti dai costruttori o dai loro rappresentanti.  

Inutile aspettarsi una qualche forma di opposizione alla progressiva cancellazione della memoria storica e architettonica del territorio da parte dei politici locali. Più di una volta hanno contribuito essi stessi in prima persona al sacco della città, per interessi professionali nell’edilizia o per gli intrecci tra affari e politica che caratterizzano tutti i Comuni più o meno piccoli. Il cemento muove troppi soldi e tanti, tantissimi voti, e che importa se poi la gente non ha più spazio per muoversi e aria per respirare.

Quando vengono messi sotto accusa, i politici si difendono stizziti replicando che non sono loro a rilasciare le licenze edilizie e che queste non si possono negare se le nuove costruzioni sono in regola. Ad avvalorare la loro difesa vi è il Piano Casa, che in Campania, come in altre regioni, viene prorogato ogni anno con il pretesto di dare lavoro al comparto dell’edilizia e a tutto l’indotto che ci gira intorno e che consente di ampliare la volumetria esistente degli edifici fino al 35% in deroga allo strumento urbanistico vigente. Ma questa giustificazione regge solo in parte. Gli uffici tecnici sono guidati da dirigenti di nomina politica, che in genere rispecchiano gli indirizzi del governo cittadino. L’ultimo Piano Regolatore risale a più di venti anni fa. Le recenti amministrazioni comunali sono inadempienti perché hanno rimandato a oltranza la formulazione del nuovo PUC (Piano Urbano Comunale, la cui stesura è iniziata mesi fa ma procede molto a rilento), lasciando di fatto campo libero ad una cementificazione aggressiva, spregiudicata e senza regole. Di fatto non c’è - ed è difficile credere che sia una dimenticanza e non una omissione voluta - un limite alla edificazione in rapporto alla popolazione che possa garantire la vivibilità e non esistono norme di salvaguardia per tutelare gli edifici di pregio né alcun piano di recupero del centro storico (o di ciò che ne rimane). Eppure coloro che hanno governato Frattamaggiore in questi decenni si vantano di averle conferito il titolo di “città d’arte e benedettina”. Che, in questo scenario, suona come una tragica beffa, una vuota dicitura che appare sui cartelli stradali quando si entra in città e ci si ritrova immersi in un caos di palazzoni in costruzione, traffico, lamiere strombazzanti e gas di scarico, con le betoniere che vanno avanti e indietro come fossero mezzi di un esercito occupante.

Così, al posto di malandati palazzi storici, che stanno per essere distrutti tra nuvole di polvere e montagne di macerie, si preparano a sorgere enormi fabbricati di cemento armato e vetro di trenta o quaranta nuovi “quartini”, come si dice da queste parti. Case e ancora case, perfino su cinque o sei piani, che incombono sulle strette vie del centro storico e rubano gli ultimi pezzetti di cielo. A pochi metri dalla piazza principale, al posto di un giardino privato, stanno tirando su addirittura un grattacielo di sette piani che incombe minaccioso sui tetti a tegole vicini, un orrore che solo a vederlo fa rabbrividire e gridare vendetta. Nuove case di cui non c’è alcun bisogno - perché la popolazione non aumenta e in città si contano decine di appartamenti sfitti - che accresceranno il carico sulla rete idrica e fognaria fino a farla scoppiare e che riverseranno sulle anguste e sovraffollate strade cittadine centinaia di nuove automobili, inquinando sempre di più l’aria, che nelle ore di punta dei giorni lavorativi e nei week-end è già irrespirabile. I risultati di questa gestione scellerata e irresponsabile del territorio purtroppo già si vedono. Una follia legalizzata che guarda solo all’effimero profitto derivante da questa speculazione, di cui beneficeranno in pochissimi, e che renderà ancora più invivibile un territorio già congestionato dall’eccesso di cementificazione e da una densità abitativa ed edilizia tra le più alte d’Italia. Secondo i dati più recenti aggiornati al 2015, Frattamaggiore, con i suoi cinque chilometri quadrati di superficie, è al 14° posto nella graduatoria di tutti i Comuni italiani (su quasi 8mila!) per consumo di suolo, mentre nei primi dieci posti ci sono altri sette Comuni della provincia di Napoli (fonte ISPRA - Istituto Superiore per la Ricerca Ambientale), e continua a salire in questa infelice classifica. Si sta saturando di costruzioni un territorio che avrebbe bisogno invece di spazi aperti, di verde, di servizi e strutture collettive, soprattutto per i bambini e per gli anziani, che ormai non hanno quasi più luoghi dove stare e d’estate soffrono più degli altri le ondate di calore aggravate dalla mancanza di alberi. La popolazione assiste senza reagire, spesso indifferente o troppo impegnata a pensare ai problemi della quotidianità.

Ma uno spiraglio di luce si sta aprendo in questa notte che, come diceva una canzone di qualche anno fa, “dovrà pur finire”. Un fronte di cittadini e di associazioni, tra cui quella che, non a caso, si è scelta il nome di “LiberiAmo Fratta” - nata per liberare la politica locale dalla morsa soffocante delle clientele e dell’affarismo e che pone al primo posto la difesa dell’ambiente, la cura dei beni comuni, la qualità della vita e la partecipazione dei cittadini alle scelte di governo e che alle ultime elezioni è riuscita a far eleggere due consiglieri comunali - oltre al gruppo campano di Green Italia, ha detto basta e ha deciso di fermare questo scempio, lanciando l’allarme per sensibilizzare l’opinione pubblica e chiedendo di vederci chiaro su molte licenze edilizie “facili”. Anche la Soprintendenza per i Beni Architettonici è stata allertata, con l’apertura di un tavolo di lavoro avviato diversi mesi fa, con la richiesta di accendere i riflettori sul caso Frattamaggiore e di avviare procedimenti per "dichiarazione di interesse culturale" riguardanti diversi immobili storici che potrebbero essere così salvati dalla demolizione, tra cui un ex-canapificio che è uno splendido esempio di archeologia industriale e che qualcuno vorrebbe buttare giù per costruire al suo posto l’ennesimo complesso residenziale.

Non è una battaglia di pura nostalgia perché quei palazzi antichi, quelle facciate logorate dal tempo e dall’incuria, se curate, rimesse a nuovo, valorizzate, potrebbero creare un indotto economico duraturo e significativo, ospitando visite guidate, percorsi turistici, spazi museali ed espositivi, dare lavoro ad operai, artigiani e professionisti attraverso piani di manutenzione e riqualificazione urbana, finanziati con fondi regionali, nazionali ed europei, coinvolgendo anche le scuole del territorio con progetti di studio e di ricerca.

Bisogna fare presto, perché il rombo minaccioso delle ruspe incombe per radere al suolo le ultime speranze di vivere in una città con una identità e una dimensione umana. Quella stessa città, a pochi chilometri dalla capitale di un regno, che alla fine del Seicento vide nascere un genio assoluto della musica sacra come Francesco Durante: il quale, se tornasse a vivere oggi, di fronte a questa strage silenziosa che si consuma sotto i nostri occhi, forse troverebbe ispirazione per comporre uno dei suoi requiem.  

Sergio Frattini
Luigi Costanzo


26.10.20

LA SECONDA ONDATA DEL COVID-19: CHE COSA SI PUO' FARE SUBITO, CHE COSA SI DEVE FARE PER IL FUTURO


Sergio Frattini - Green Italia Campania

Di fronte alla seconda ondata della pandemia da Covid-19 è ormai inutile recriminare su quello che si poteva fare e non è stato fatto durante i mesi estivi, quando il peggio sembrava passato e i numeri della diffusione del virus erano sensibilmente calati: dal rafforzamento dei trasporti pubblici - che restano insufficienti e mal funzionanti in molte zone del Paese, specie nel Sud Italia, causando disagi cronici, code ed assembramenti - all’assunzione di medici e infermieri per far fronte alle accresciute esigenze di personale, dalla organizzazione di una rete articolata per il monitoraggio dei contagi e l’assistenza domiciliare ai pazienti all’ampliamento delle terapie intensive. 

I decisori politici, sia a livello nazionale che regionale, si trovano ora stretti tra la necessità di adottare nuove misure restrittive che riducono fortemente le libertà individuali, gli spostamenti e i contatti sociali e le pesanti conseguenze che queste portano sul piano economico, con il fermo quasi totale di numerose attività che danno da vivere a milioni di persone. 

Le polemiche sulla guerriglia scoppiata a Napoli la sera di venerdi 23 ottobre, quando gruppi violenti riconducibili all’estremismo politico e a bande malavitose si sono infiltrati nella manifestazione di protesta di imprenditori della ristorazione, commercianti e semplici cittadini contro il cosiddetto “coprifuoco” delle 23 e l’annuncio dell’imminente lockdown da parte del presidente della Campania De Luca, lasciano il tempo che trovano. In questi giorni le dimostrazioni spontanee si susseguono anche in altre città e c'è sempre il rischio che possano degenerare in scontri. 

Certamente la comunicazione ha la sua importanza e se un rappresentante delle istituzioni si rivolge ai cittadini con toni quasi punitivi, minacciando chiusure forzate di attività economiche senza prospettare alcuna forma di aiuto economico per le fasce sociali più colpite, deve aspettarsi una esasperazione delle tensioni, specie dopo avere attuato, negli anni precedenti, un depotenziamento della sanità pubblica, giustificabile solo in parte con ragioni di bilancio. 

Ad ogni modo ciò che adesso serve è formulare delle proposte, a breve, medio e lungo termine, per fronteggiare l’emergenza  e contenerne gli effetti. 

La creazione di un fondo permanente di sostegno alle categorie sociali più esposte alle conseguenze della pandemia, che non possono contare su stipendi ed entrate garantite, allontanerebbe dalla disperazione molte persone e rafforzerebbe la coesione nazionale in un momento così difficile. Analogo discorso varrebbe per il congelamento e il condono di versamenti fiscali e contributivi. Ovviamente non si parla solo del “popolo delle piccole  partite Iva” ma, soprattutto, di tutta la “zona grigia” (molto numerosa nelle aree meno ricche del Paese) rappresentata da lavoratori precari e del sommerso, sia in proprio che alle dipendenze, dediti alle attività più svariate e privi di qualsiasi visibilità fiscale.  

Sviluppare una rete di medicina territoriale, affiancata da un efficiente sistema informativo, che parta dai medici di base fino a presidi sanitari intermedi attrezzati per le emergenze, alleggerirebbe la pressione sugli ospedali e farebbe sentire i cittadini più sicuri e meno angosciati di fronte alla prospettiva di un contagio. 

Quanto agli aspetti più strettamente sanitari, è innegabile che, se è vero che le pandemie ci sono sempre state, le scelte scellerate degli ultimi decenni ne hanno sicuramente acuito le conseguenze. E’ ormai accertata la correlazione tra inquinamento ambientale e propagazione del virus e degli altri agenti patogeni, che in molti casi sono veicolati dal particolato inquinante, maggiormente presente nella pianura padana e nelle grandi aree metropolitane a causa soprattutto del traffico motorizzato. L’evoluzione decisa verso una mobilità più leggera e sostenibile abbatterebbe enormemente questo fattore di rischio. 

Analogamente, la eccessiva densità abitativa e edilizia, oltre a peggiorare la qualità della vita urbana, costituisce un moltiplicatore dei contagi, considerando che dove si costruisce troppo si costringe la gente a vivere ammassati l’uno all’altro, in ambienti che soffrono anche per la mancanza di ossigenazione e di ventilazione e dove, spesso, non c’è più letteralmente spazio per muoversi con facilità. Leggi nazionali e regionali, severe e coraggiose, per fermare la cementificazione che continua senza sosta e limitare il consumo di suolo non sono più rinviabili, così come un massiccio piano di forestazione urbana per l’assorbimento della CO2.

Insomma, la pandemia presente, come quelle con le quali saremo costretti a convivere nei prossimi anni, sono una ragione in più per spingere i decisori e le opinioni pubbliche a svoltare in maniera irreversibile verso un Green New Deal, che non è più solo una via per migliorare la nostra vita ma, molto probabilmente, l’unica soluzione per assicurare un futuro alle giovani generazioni.