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4.5.24

Il gioco delle tre carte: la ferma opposizione delle trenta e più organizzazioni alla nuova Legge di governo del territorio in Campania

Non si può che condividere in pieno la posizione fortemente critica e senza ambiguità, contro il Disegno di Legge della Giunta De Luca in materia di Governo del territorio, espressa nei Comunicati stampa di Fillea e delle 30 maggiori associazioni e organizzazioni che operano in campo ambientale, sociale, culturale ed edile in Campania, mai tra loro così compatte e propositive.
E’ una grande novità: forse, ai margini del vecchio, autoreferenziale, pensiero di Vincenzo De Luca,  in Campania sta sorgendo qualcosa di veramente nuovo ed importante.
 

Oggetto dell’aspra polemica, che da queste parti si protrae ormai da mesi, il fermo contrasto alla nuova legge approvata l’altro giorno in Consiglio regionale.
Adottata in fretta e furia dalla Giunta, nel mese di giugno, senza ascolto e senza consultazioni preventive, qualche giorno fa è stata approvata a maggioranza dal Consiglio dopo un ulteriore, immotivato diniego del Presidente della IV Commissione, all’ennesima reiterata richiesta delle Associazioni di rallentare l’iter di approvazione per insediare, vista l’importanza, la complessità e l’urgenza delle questioni trattate, un serio e agile  Tavolo di confronto e collaborazione con la società civile.
Una richiesta negata sempre da De Luca, senza alcuna spiegazione. Eppure si trattava di una Legge che ha trasformato in modo sostanziale la precedente norma di Governo del territorio, la n. 16 del 2004, con l’obbiettivo dichiarato, ma poi di fatto non perseguito nel testo, di limitare il consumo di suolo per contribuire ad affrontare i cambiamenti climatici incombenti e le loro conseguenze.
 
E proprio la forte discordanza tra ciò che il Disegno di Legge si proponeva nei suoi primi articoli e i reali contenuti dell’articolato approvato, che induce il mondo ambientalista, agricolo, sindacale e della piccola imprenditoria a definire la nuova legge non più solo inadeguata e inefficace ma addirittura “pericolosa”. Da cancellare radicalmente, insomma. E anche in fretta.
  
“E' il classico gioco delle 3 carte. Si dichiara una cosa ma se ne fa un’altra”
 
Questa la dura accusa. Norme sbagliate, “vecchie”, che non affrontano nessuna delle vere, gravi urgenze ambientali, economiche e sociali della Campania e non solo
I loro contenuti rispondono, alla vecchia maniera, più ai desiderata dei grandi costruttori edili campani e nazionali - affiancati da una parte del mondo accademico - che non alla urgente necessità di fornire le risposte concrete che tutti attendono per affrontare i serissimi mutamenti intervenuti progressivamente nell’ultimo trentennio nelle dinamiche geoclimatiche, sociali ed economiche.
Il rischio ulteriore é che questa legge neo-liberista, elettorale, di parte, approvata ieri nientedimeno che in trenta lunghi minuti di discussione, possa contaminare nei prossimi mesi anche altre regioni, non solo del sud.
 
Le piccole imprese edili e quelle artigiane, che in Campania costituiscono più del 90% del totale dei fatturati e degli addetti, sono solidali col movimento di opposizione e schierate in prima fila con gli ambientalisti di Legambiente, WWF, FIAB, Italia Nostra, Rete NoBOX, Marevivo e tanti altri.
Ma il fronte del dissenso in questa vicenda è molto più esteso e articolato: sono fermamente contro anche la CNA costruzioni, la Lega Coop, la CIA, la Confagricoltura, la CGIL Campania e le sue componenti FILLEA, SPI, SUNIA e Nuove Rigenerazioni.
Non ultimi gli studenti dell’UDU il cui diritto costituzionale allo studio e alla casa è intaccato pesantemente dai processi di gentrificazione in corso, innescati dal forte rilancio turistico della metropoli partenopea e sempre più soggetti a gravi fenomeni di espulsione progressiva da un centro storico riconosciuto dall’UNESCO nella lista del  Patrimonio mondiale dell’umanità proprio per la sua permanente, unica, millenaria, preziosa commistione tra storia, architettura, tradizioni e presenza sociale, popolare e universitaria.
Purtroppo, è opinione di tanti che la Legge Discepolo inciderà in modo fortemente negativo sul territorio, sulle comunità, sull'economia, sul futuro di Napoli e delle città campane. Insomma, si tratta di una cosa seria. 

Un esempio concreto: sarà molto più difficile perseguire il recupero e la rigenerazione territoriale, urbana, socio-economica e culturale e di quei preziosi centri urbani della congestionata e squalificata cintura metropolitana a nord e ad est della città, già fortemente offesi dall’urbanizzazione incontrollata e indiscriminata dei decenni scorsi e ora particolarmente esposti perché saldati in una enorme conurbazione senza soluzione di continuità e quasi senza più identità e memoria. Mi riferisco, più precisamente, agli ex casali ottocenteschi ad alta specializzazione agricola e manifatturiera della capitale borbonica, nei quali il poco suolo ancora permeabile, (Casavatore ha il 92% di aree impermeabilizzate) intercluso tra vaste aree edificate uscite miracolosamente indenni dallo scriteriato assalto edilizio della fine del secolo, rischia ora di essere oggetto di interventi diretti, invasivi, scoordinati, senza un Piano nè un progetto urbano. Quale idea di città e di metropoli sottende tutto ciò?
 
Questa nuova legge Discepolo punta dichiaratamente a “semplificare la pianificazione” utilizzando disinvoltamente gli incentivi, affidandoli alla "moneta urbanistica”. Consentendo, ad esempio, nel caso di un’azione di demolizione e ricostruzione di immobili dismessi o degradati, una premialità del 35% di aumento di cubatura in più. Ma per alcuni casi anche fino al 50%.
Una legge che permetterà a centinaia di capannoni industriali di essere oggetto di abbattimento e ricostruzione per fini prevalentemente residenziali - in una città che ha perso negli ultimi 20 anni più di 300.000 abitanti - col recupero totale della volumetria. Ne deriva il conseguente aumento della superficie coperta e quindi, ovviamente, di consumo di suolo.
 
Ma, quello che è più grave, è che sarà una legge che non affronterà, in nessuno dei suoi articoli, la nostra vera urgenza, ovvero la non più prorogabile transizione ecologica, con nuove idee e nuove regole che facilitino e incentivino le azioni di contrasto e adattamento ai cambiamenti climatici. 
Una legge che, tra l’altro, ha rimandato molte delle principali decisioni di contenuto e operative a un successivo Regolamento d'attuazione e che, quindi ha riservato alle riunioni di Giunta questioni primarie sottraendole al dibattito in Consiglio e, quel che è più grave, alla partecipazione formale e sostanziale dei cittadini.
 
“Questo DdL non e' emendabile. Non sapremmo da dove iniziare…”
hanno continuato a ripetere fino all’ultimo giorno i partecipanti al fronte del dissenso.
E' da settembre che proponiamo all’assessore, al presidente della IV Commissione consiliare, pacatamente, positivamente, l’insediamento di un Tavolo di Lavoro con la partecipazione di esperti e di soggetti collettivi interessati, per discuterne. Per chiudere il testo insieme, presto e bene. Si poteva fare  anche in un solo mese.
Perché, sia ben chiaro a tutti, noi non siamo quelli del NO ideologico. Sull’esigenza di aggiornare urgentemente la L.R. 16, scritta nel lontanissimo 2004, e sulle premesse contenute nel DdL, eravamo tutti d’accordo.”
 
Ma ormai è evidente a tutti che l'accordo sui contenuti e gli obiettivi della legge non è di ieri: e' stato chiuso da mesi ascoltando, sin dai primi giorni, solo il settore delle  grandi costruzioni e, nell’ultima fase, le opposizioni di destra che nel voto si sono astenute. Relegando di fatto, invece, il confronto richiesto dal mondo sindacale, associativo, ambientalista, agricolo, e persino industriale, alle sole procedure di osservazioni in commissione urbanistica che prevedono solo la possibilità di esprimere inefficaci, singoli emendamenti.
 
Un diverso maxi emendamento alla Legge 16/04
A questo quadro, confuso e inadeguato, si contrappongono adesso due interessanti e innovative iniziative di protesta, ancora una volta costruttiva, del mondo sindacale e associativo:
a) Una profonda riscrittura, alternativa, dal basso, di modifica della 16/04 per  contrastare davvero il consumo di suolo, curata dai massimi esperti delle trenta associazioni che hanno deciso due mesi fa, provocatoriamente , di autoconvocarsi e di insediare, comunque, autonomamente  il Tavolo sulla legge negato, per produrre autonomamente e in tempi brevissimi, un testo alternativo.
Per dimostrare concretamente di essere quelli dei sì e dei presto, in contrasto alle false accuse di inconsistenza e astrattezza.
“Per una nuova e moderna legge di governo del territorio” questo il titolo del  testo ombra, che si dichiara palesemente e organicamente alternativo al maxi-emendamento. Un testo normativo elaborato puntando a rappresentare "una chiara e concreta proposta organica alternativa”, che sarà presentata pubblicamente a breve dopo un’ampia consultazione con Istituzioni e cittadini.
Insomma un atto tecnico-scientifico ma anche squisitamente Politico che viene offerto a tutta la Comunità campana.
 
b) Parallelamente è in corso di ultimazione la raccolta firme di adesione a una ulteriore Proposta di Legge popolare, complementare alla precedente, che ne integra la Visione ad altri settori, tesa in questo caso al contrasto integrato ai cambiamenti climatici e all’adattamento agli effetti degli stessi nei territori. 


Questa Proposta di Legge popolare, è stata elaborata e promossa negli scorsi mesi dal neonato Movimento Rigenera Campania - e vede la partecipazione di molti firmatari dell’altro documento - il quale, con l’aggregazione di altre piccole e grandi associazioni come Libera, ANPI o Slow Food, richiamando un articolo dello Statuto regionale ha mobilitato ormai decine di migliaia di cittadini su tutto il territorio regionale, in una prima fase per la scrittura e ora per la raccolta delle firme di adesione formale richiesta dallo Statuto.
La Proposta di legge di Rigenera Campania, ad oggi, ha già raccolto, in poco più di un mese e mezzo, quasi 9000 delle 10.000 firme certificate necessarie. Ma ha anche già raccolto il voto favorevole di ben 14 consigli comunali (altri si stanno via via aggiungendo), tra cui quello di Avellino, città capoluogo. Tutti fattori che, ai sensi dello Statuto regionale, renderanno obbligatoria la discussione delle due proposte popolari complementari tra loro e alternative al DdL De Luca, in Consiglio Regionale.
 
Concludendo:
al di là del brutto voto del Consiglio regionale dell’altro giorno, è in atto in Campania, fuori dalle stanze di governo, un grande processo democratico.
In fondo, si sta solo chiedendo da mesi alla Istituzione regionale un Tavolo di lavoro per partecipare, per risolvere insieme, Istituzioni e cittadini, problemi cruciali per i nostri territori e per il nostro futuro.
Per creare le regole giuste per Ri-generare le città e i territori, per predisporli a contrastare le cause e gli effetti dei cambiamenti climatici.
La domanda che sorge spontanea è: perché ciò sia stato fino all’ultimo negato.
 
Il fatto nuovo è che i cittadini si stanno rendendo conto che la PARTECIPAZIONE al giorno d’oggi NON E’ PIU’ SOLO UN DIRITTO, MA SOPRATTUTTO UN DOVERE.
E che il senso di tutto ciò sta nel grande entusiasmo che si legge negli occhi dei tanti giovani che stanno partecipando alla mobilitazione.
Loro vogliono provare a FARE qualcosa di concreto per bloccare, in tutti i modi, le conseguenze, ormai già visibili, dei cambiamenti climatici.
E, proprio per questo, non se ne fanno nulla, ma proprio nulla, di questa legge di De Luca.


Francesco Escalona
architetto ed urbanista
Presidente di Nuove Rigenerazioni Campania

9.11.21

CEMENTIFICAZIONE E CENTRI STORICI TRA DEGRADO, TUTELA E SPECULAZIONE: IL CASO DI FRATTAMAGGIORE

Immaginiamo che un giorno, a Napoli, decidano di buttare giù il palazzo Marigliano o il palazzo Venezia, con le loro ringhiere in ferro battuto, le pitture sui soffitti, gli stucchi e le cornici, per fare spazio ad un anonimo condominio di venti o trenta appartamenti. 

Immaginiamo che un giorno, a Roma, si demolisca qualche residenza nobiliare dell’epoca papalina, una di quelle in cui viveva il Marchese del Grillo, con il portale in travertino, le nicchie a bocca di leone per spegnere le torce e i ganci per legare i cavalli, per tirare su un residence con parcheggio.

Immaginiamo quei muri, quei balconi, quelle finestre, quei cortili  magari un po’ malridotti e fatiscenti che ci raccontano la storia dei nostri antenati, che sono come l’album di famiglia delle nostre città, spazzati via impietosamente dalle ruspe. Una barbarie? Eppure succede davvero. Non nel ventennio fascista, non nella Napoli di Lauro e dei palazzinari al potere ma oggi, nel ventunesimo secolo. Succede in molti Comuni delle nostre parti. Succede anche a Frattamaggiore, dieci chilometri a nord di Napoli.

Questa città, fondata secondo la tradizione dai profughi di Miseno che nel nono secolo d.C. scappavano dalle invasioni saracene, in un luogo coperto da una vegetazione fatta di cespugli e “fratte”, si conquistò un posto di rispetto nella Campania Felix grazie alla produzione e al commercio della canapa, che diedero lavoro a intere generazioni di uomini e di donne. I padroni di quella terra generosa si arricchivano e con il danaro guadagnato si costruivano sontuosi palazzi e li adornavano con edicole votive, per assicurarsi la protezione dei santi e un posto in Paradiso. Scavando per costruire le fondamenta di quei palazzi, a volte riemergevano dalla terra un vaso, un piatto o un pezzo di colonna appartenuti all’antica città di Atella o ai piccoli villaggi circostanti che esistevano prima dei Romani, i cui abitanti inventarono la prima forma un po’ rozza di teatro basata sulle maschere da cui deriva la nostra commedia. Poteva accadere che qualcuno decidesse di incastonare quel pezzo di colonna dentro un muro portante del palazzo, mostrandolo orgogliosamente come un lascito degli antichi progenitori. In epoca moderna la lavorazione della canapa si spostò nei grandi opifici costruiti in periferia, in cui lavoravano centinaia di operai, che oggi restano con le loro altissime ciminiere a ricordare una storia gloriosa, fatta di fatica, sudore, fanciullezza rubata e puzza di fibre macerate.

Tutto questo mondo sta scomparendo per sempre. Dagli anni ’70 in poi è andata avanti una distruzione progressiva del tessuto edilizio storico della città, che negli ultimi anni ha preso un’accelerazione impressionante, mentre gli uffici tecnici sfornano a ritmo continuo licenze per abbattimenti e ricostruzioni, oltre a quelle per le nuove cooperative edilizie, mostri di cemento che nascono come funghi e divorano gli ultimi fazzoletti di verde e di suolo libero. Quello che ha sopravvissuto nei secoli a invasioni barbariche, guerre e terremoti sta per cadere sotto i colpi impietosi della speculazione, che sta radendo al suolo palazzi antichi, lasciati per troppi anni nell’incuria e nel degrado, perché la loro manutenzione costa troppo e i proprietari, spesso eredi dei patrimoni delle ricche famiglie di un tempo, preferiscono disfarsene e incassare subito i soldi che vengono loro offerti dai costruttori o dai loro rappresentanti.  

Inutile aspettarsi una qualche forma di opposizione alla progressiva cancellazione della memoria storica e architettonica del territorio da parte dei politici locali. Più di una volta hanno contribuito essi stessi in prima persona al sacco della città, per interessi professionali nell’edilizia o per gli intrecci tra affari e politica che caratterizzano tutti i Comuni più o meno piccoli. Il cemento muove troppi soldi e tanti, tantissimi voti, e che importa se poi la gente non ha più spazio per muoversi e aria per respirare.

Quando vengono messi sotto accusa, i politici si difendono stizziti replicando che non sono loro a rilasciare le licenze edilizie e che queste non si possono negare se le nuove costruzioni sono in regola. Ad avvalorare la loro difesa vi è il Piano Casa, che in Campania, come in altre regioni, viene prorogato ogni anno con il pretesto di dare lavoro al comparto dell’edilizia e a tutto l’indotto che ci gira intorno e che consente di ampliare la volumetria esistente degli edifici fino al 35% in deroga allo strumento urbanistico vigente. Ma questa giustificazione regge solo in parte. Gli uffici tecnici sono guidati da dirigenti di nomina politica, che in genere rispecchiano gli indirizzi del governo cittadino. L’ultimo Piano Regolatore risale a più di venti anni fa. Le recenti amministrazioni comunali sono inadempienti perché hanno rimandato a oltranza la formulazione del nuovo PUC (Piano Urbano Comunale, la cui stesura è iniziata mesi fa ma procede molto a rilento), lasciando di fatto campo libero ad una cementificazione aggressiva, spregiudicata e senza regole. Di fatto non c’è - ed è difficile credere che sia una dimenticanza e non una omissione voluta - un limite alla edificazione in rapporto alla popolazione che possa garantire la vivibilità e non esistono norme di salvaguardia per tutelare gli edifici di pregio né alcun piano di recupero del centro storico (o di ciò che ne rimane). Eppure coloro che hanno governato Frattamaggiore in questi decenni si vantano di averle conferito il titolo di “città d’arte e benedettina”. Che, in questo scenario, suona come una tragica beffa, una vuota dicitura che appare sui cartelli stradali quando si entra in città e ci si ritrova immersi in un caos di palazzoni in costruzione, traffico, lamiere strombazzanti e gas di scarico, con le betoniere che vanno avanti e indietro come fossero mezzi di un esercito occupante.

Così, al posto di malandati palazzi storici, che stanno per essere distrutti tra nuvole di polvere e montagne di macerie, si preparano a sorgere enormi fabbricati di cemento armato e vetro di trenta o quaranta nuovi “quartini”, come si dice da queste parti. Case e ancora case, perfino su cinque o sei piani, che incombono sulle strette vie del centro storico e rubano gli ultimi pezzetti di cielo. A pochi metri dalla piazza principale, al posto di un giardino privato, stanno tirando su addirittura un grattacielo di sette piani che incombe minaccioso sui tetti a tegole vicini, un orrore che solo a vederlo fa rabbrividire e gridare vendetta. Nuove case di cui non c’è alcun bisogno - perché la popolazione non aumenta e in città si contano decine di appartamenti sfitti - che accresceranno il carico sulla rete idrica e fognaria fino a farla scoppiare e che riverseranno sulle anguste e sovraffollate strade cittadine centinaia di nuove automobili, inquinando sempre di più l’aria, che nelle ore di punta dei giorni lavorativi e nei week-end è già irrespirabile. I risultati di questa gestione scellerata e irresponsabile del territorio purtroppo già si vedono. Una follia legalizzata che guarda solo all’effimero profitto derivante da questa speculazione, di cui beneficeranno in pochissimi, e che renderà ancora più invivibile un territorio già congestionato dall’eccesso di cementificazione e da una densità abitativa ed edilizia tra le più alte d’Italia. Secondo i dati più recenti aggiornati al 2015, Frattamaggiore, con i suoi cinque chilometri quadrati di superficie, è al 14° posto nella graduatoria di tutti i Comuni italiani (su quasi 8mila!) per consumo di suolo, mentre nei primi dieci posti ci sono altri sette Comuni della provincia di Napoli (fonte ISPRA - Istituto Superiore per la Ricerca Ambientale), e continua a salire in questa infelice classifica. Si sta saturando di costruzioni un territorio che avrebbe bisogno invece di spazi aperti, di verde, di servizi e strutture collettive, soprattutto per i bambini e per gli anziani, che ormai non hanno quasi più luoghi dove stare e d’estate soffrono più degli altri le ondate di calore aggravate dalla mancanza di alberi. La popolazione assiste senza reagire, spesso indifferente o troppo impegnata a pensare ai problemi della quotidianità.

Ma uno spiraglio di luce si sta aprendo in questa notte che, come diceva una canzone di qualche anno fa, “dovrà pur finire”. Un fronte di cittadini e di associazioni, tra cui quella che, non a caso, si è scelta il nome di “LiberiAmo Fratta” - nata per liberare la politica locale dalla morsa soffocante delle clientele e dell’affarismo e che pone al primo posto la difesa dell’ambiente, la cura dei beni comuni, la qualità della vita e la partecipazione dei cittadini alle scelte di governo e che alle ultime elezioni è riuscita a far eleggere due consiglieri comunali - oltre al gruppo campano di Green Italia, ha detto basta e ha deciso di fermare questo scempio, lanciando l’allarme per sensibilizzare l’opinione pubblica e chiedendo di vederci chiaro su molte licenze edilizie “facili”. Anche la Soprintendenza per i Beni Architettonici è stata allertata, con l’apertura di un tavolo di lavoro avviato diversi mesi fa, con la richiesta di accendere i riflettori sul caso Frattamaggiore e di avviare procedimenti per "dichiarazione di interesse culturale" riguardanti diversi immobili storici che potrebbero essere così salvati dalla demolizione, tra cui un ex-canapificio che è uno splendido esempio di archeologia industriale e che qualcuno vorrebbe buttare giù per costruire al suo posto l’ennesimo complesso residenziale.

Non è una battaglia di pura nostalgia perché quei palazzi antichi, quelle facciate logorate dal tempo e dall’incuria, se curate, rimesse a nuovo, valorizzate, potrebbero creare un indotto economico duraturo e significativo, ospitando visite guidate, percorsi turistici, spazi museali ed espositivi, dare lavoro ad operai, artigiani e professionisti attraverso piani di manutenzione e riqualificazione urbana, finanziati con fondi regionali, nazionali ed europei, coinvolgendo anche le scuole del territorio con progetti di studio e di ricerca.

Bisogna fare presto, perché il rombo minaccioso delle ruspe incombe per radere al suolo le ultime speranze di vivere in una città con una identità e una dimensione umana. Quella stessa città, a pochi chilometri dalla capitale di un regno, che alla fine del Seicento vide nascere un genio assoluto della musica sacra come Francesco Durante: il quale, se tornasse a vivere oggi, di fronte a questa strage silenziosa che si consuma sotto i nostri occhi, forse troverebbe ispirazione per comporre uno dei suoi requiem.  

Sergio Frattini
Luigi Costanzo