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27.12.23

Sorrento? E' stata rovinata!

Bisogna ritornare alla Sorrento che ha un'identità, che rispetti la sua identità che non è solo la bellezza dei luoghi ma anche il suo saper fare: la tarsia, la coltivazione bio della terra, la produzione di prodotti genuini, i limoni di Sorrento famosi nel mondo e ridotti a pochi limoneti e a pochi raccolti distrutti dai parcheggi.

L'avidità di un turismo di bassa qualità, privilegiando la quantità, ha reso omologato un luogo che tenta di resistere ma è allo stremo dell'invivibilità. Oggi Sorrento può rinascere ai suoi antichi splendori se si cambia mentalità, se si ha attenzione e rispetto per il paesaggio, la storia, la cultura, i cammini per le vie di mezzo, se si torna alla terra, se si cura il mare, eliminando scarichi abusivi, si curano i pregevoli valloni, si riscopre l'archeologia, (ovunque emergono resti di ville imperiali), si eliminano le plastiche, si attua una buona raccolta dei rifiuti e un loro riciclo, si piantano alberi e si evita di abbattere quelli storici.... si valorizza un animo green.

Ci vuole una visione comune a tutta la penisola, un concerto che sia armonia di intenti, tutti verso la stessa direzione. I turisti in ogni altro luogo del mondo civile usano mezzi ecologici elettrici, bici, monopattini, trasporto elettrico pubblico... solo qui trovano traffico, auto, inquinamento dell'aria ed acustico. Moto che sfrecciano superando i decibel permessi, aliscafi e traghetti che emanano fumi neri e nessuno sanziona e nessuno controlla. 

E che tutti i sindaci della penisola pretendano una circumvesuviana degna di trasporto pubblico e non da deportazione quale è  attualmente... e che tutti i sindaci pretendano una sanità che sia vicina ai cittadini con una capillare efficiente medicina di base e non l'opera faraonica da spreco solito di denaro pubblico e perseveranza dei soliti asfittici clientelismi.

Se non si ha una visione green non si guarda al futuro, ma ad un presente ormai asfittico.

È così che vogliamo la nostra Sorrento???

Angela Ansalone

26.10.20

LA SECONDA ONDATA DEL COVID-19: CHE COSA SI PUO' FARE SUBITO, CHE COSA SI DEVE FARE PER IL FUTURO


Sergio Frattini - Green Italia Campania

Di fronte alla seconda ondata della pandemia da Covid-19 è ormai inutile recriminare su quello che si poteva fare e non è stato fatto durante i mesi estivi, quando il peggio sembrava passato e i numeri della diffusione del virus erano sensibilmente calati: dal rafforzamento dei trasporti pubblici - che restano insufficienti e mal funzionanti in molte zone del Paese, specie nel Sud Italia, causando disagi cronici, code ed assembramenti - all’assunzione di medici e infermieri per far fronte alle accresciute esigenze di personale, dalla organizzazione di una rete articolata per il monitoraggio dei contagi e l’assistenza domiciliare ai pazienti all’ampliamento delle terapie intensive. 

I decisori politici, sia a livello nazionale che regionale, si trovano ora stretti tra la necessità di adottare nuove misure restrittive che riducono fortemente le libertà individuali, gli spostamenti e i contatti sociali e le pesanti conseguenze che queste portano sul piano economico, con il fermo quasi totale di numerose attività che danno da vivere a milioni di persone. 

Le polemiche sulla guerriglia scoppiata a Napoli la sera di venerdi 23 ottobre, quando gruppi violenti riconducibili all’estremismo politico e a bande malavitose si sono infiltrati nella manifestazione di protesta di imprenditori della ristorazione, commercianti e semplici cittadini contro il cosiddetto “coprifuoco” delle 23 e l’annuncio dell’imminente lockdown da parte del presidente della Campania De Luca, lasciano il tempo che trovano. In questi giorni le dimostrazioni spontanee si susseguono anche in altre città e c'è sempre il rischio che possano degenerare in scontri. 

Certamente la comunicazione ha la sua importanza e se un rappresentante delle istituzioni si rivolge ai cittadini con toni quasi punitivi, minacciando chiusure forzate di attività economiche senza prospettare alcuna forma di aiuto economico per le fasce sociali più colpite, deve aspettarsi una esasperazione delle tensioni, specie dopo avere attuato, negli anni precedenti, un depotenziamento della sanità pubblica, giustificabile solo in parte con ragioni di bilancio. 

Ad ogni modo ciò che adesso serve è formulare delle proposte, a breve, medio e lungo termine, per fronteggiare l’emergenza  e contenerne gli effetti. 

La creazione di un fondo permanente di sostegno alle categorie sociali più esposte alle conseguenze della pandemia, che non possono contare su stipendi ed entrate garantite, allontanerebbe dalla disperazione molte persone e rafforzerebbe la coesione nazionale in un momento così difficile. Analogo discorso varrebbe per il congelamento e il condono di versamenti fiscali e contributivi. Ovviamente non si parla solo del “popolo delle piccole  partite Iva” ma, soprattutto, di tutta la “zona grigia” (molto numerosa nelle aree meno ricche del Paese) rappresentata da lavoratori precari e del sommerso, sia in proprio che alle dipendenze, dediti alle attività più svariate e privi di qualsiasi visibilità fiscale.  

Sviluppare una rete di medicina territoriale, affiancata da un efficiente sistema informativo, che parta dai medici di base fino a presidi sanitari intermedi attrezzati per le emergenze, alleggerirebbe la pressione sugli ospedali e farebbe sentire i cittadini più sicuri e meno angosciati di fronte alla prospettiva di un contagio. 

Quanto agli aspetti più strettamente sanitari, è innegabile che, se è vero che le pandemie ci sono sempre state, le scelte scellerate degli ultimi decenni ne hanno sicuramente acuito le conseguenze. E’ ormai accertata la correlazione tra inquinamento ambientale e propagazione del virus e degli altri agenti patogeni, che in molti casi sono veicolati dal particolato inquinante, maggiormente presente nella pianura padana e nelle grandi aree metropolitane a causa soprattutto del traffico motorizzato. L’evoluzione decisa verso una mobilità più leggera e sostenibile abbatterebbe enormemente questo fattore di rischio. 

Analogamente, la eccessiva densità abitativa e edilizia, oltre a peggiorare la qualità della vita urbana, costituisce un moltiplicatore dei contagi, considerando che dove si costruisce troppo si costringe la gente a vivere ammassati l’uno all’altro, in ambienti che soffrono anche per la mancanza di ossigenazione e di ventilazione e dove, spesso, non c’è più letteralmente spazio per muoversi con facilità. Leggi nazionali e regionali, severe e coraggiose, per fermare la cementificazione che continua senza sosta e limitare il consumo di suolo non sono più rinviabili, così come un massiccio piano di forestazione urbana per l’assorbimento della CO2.

Insomma, la pandemia presente, come quelle con le quali saremo costretti a convivere nei prossimi anni, sono una ragione in più per spingere i decisori e le opinioni pubbliche a svoltare in maniera irreversibile verso un Green New Deal, che non è più solo una via per migliorare la nostra vita ma, molto probabilmente, l’unica soluzione per assicurare un futuro alle giovani generazioni.

9.8.20

Scarichi trasparenti e altre opportunità

Olimpia De Simone - docente di Storia dell'Arte - Green Italia Campania

C’è un punto della fascia costiera dell’area metropolitana di Napoli, particolarmente emozionante, da cui si può godere contemporaneamente della vista del Vesuvio e di Monte Faito, ai piedi del quale si dipanano verso l’orizzonte, Pozzano, Punta Scutolo, Punta Campanella, Capri, e seguendo lo Skyline, Ischia, Procida, i Campi Flegrei , Napoli, la costa vesuviana... Ci troviamo tra Castellammare di Stabia e Torre Annunziata, che da sempre si contendono la Petra Herculis, oggi conosciuta come “Scoglio di Rovigliano”, posta a pochi metri dall’arenile, a vivacizzare ulteriormente il paesaggio. Lo spettacolo che godono gli occhi è fortemente disturbato dal forte odore di fogna che emana il corso d’acqua che si unisce al mare! 
Storica risorsa del territorio, oggi nota come uno dei fiumi più avvelenati al mondo: il Sarno. 
I problemi che affliggono questo Fiume sono mille, annosi, intrecciati e stratificati. Toccano, in un modo o nell’altro, gli abitanti di quasi tutto il territorio regionale. Ci vorrebbero vari approfondimenti per comprenderli tutti e scoprirne le complesse responsabilità e ricadute. Cominciamo, per esempio, dal dragaggio del fiume: attività di manutenzione regolarmente espletata fino ad alcuni decenni fa, assolutamente inevasa ormai da troppo tempo, comporta l’aumento dell’inquinamento - che contamina anche il mare e la costa Vesuviana - ma, dato che in questo modo l’alveo del fiume si è ridotto enormemente, causa anche i ripetuti terribili episodi di esondazioni che, oltre i terreni e le coltivazioni di cibo destinato alle nostre tavole, invadono e contaminano le abitazioni nel raggio di alcuni chilometri. 

  

Vediamone un’altra: all’origine il Sarno e i suoi affluenti, Solofrana e Cavaiola, sono puliti e vitali. L’arcaico utilizzo del fiume come risorsa idrica da cui attingere per il fabbisogno di acqua delle popolazioni, ma anche in cui sversare per liberarsi dei residui prodotti - che nel corso dei secoli sono aumentati a dismisura con le stesse popolazioni e le loro attività sempre meno sostenibili per l’ambiente - fa sì che l’inquinamento del Sarno sia di duplice natura: da un lato conseguenza dell’anacronistica - ma ancora attuale - funzione di fogna ufficiale per una parte dei comuni che si collocano sul corso del fiume e, a catena, per tutti quelli dei Monti Lattari; dall’altra di scarico abusivo per tutti coloro che hanno rifiuti e residui di produzione - di varia natura - di cui liberarsi senza affrontare spese di depurazione, smaltimento o simili. 
Sul fronte della rete fognaria e dei relativi allacci al sistema di depurazione del territorio, il Governo della Campania ha recentemente dato un’accelerata andando verso l’alleggerimento dei liquami versati direttamente nel Sarno. Mentre per gli scarichi abusivi, sicuramente più velenosi e impattanti, si preferisce far finta che il problema non esista, demandando gli adempimenti necessari allo Stato e ai Comuni. Ma, se i comuni (circa 40 quelli afferenti al Sarno) non hanno il registro degli scarichi autorizzati nei corpi idrici, come si può procedere all’individuazione degli sversamenti abusivi, di qualsiasi natura essi siano? 
Personalmente e con La Città Armonica sono nella Rete a difesa del Sarno da 2 anni e 1/2, ma ne seguo lo sviluppo dalle primissime battute. La Rete a difesa del Sarno nasce a ottobre del 2017 dal lavoro di attivisti che riuscirono a mettere insieme singoli ed associazioni, dei vari comuni del vasto territorio afferente al Fiume, nella richiesta di impegno per il disinquinamento. In questi anni abbiamo cercato di fare un lavoro serio e approfondito di conoscenza, diffusione e proposta. Ma una delle difficoltà più importanti del nostro territorio è l’incapacità di fare corpo e sistema, disgregandosi nella rivalità campanilista. Nel corso del tempo abbiamo visto nascere e morire tante iniziative di gruppi di diversa natura intorno al Sarno, non ultimo il movimento delle scuole che, nel 2019, hanno realizzato un progetto di comunicazione con la collocazione di paline informatiche in diversi punti chiave del corso del fiume. Con La Città Armonica abbiamo deciso di aderire a tutte le iniziative riguardanti il nostro fiume e quindi, non ultima, a “Giù le mani dal Sarno”, ma ce ne occupiamo da parecchio e abbiamo organizzato convegni e conferenze con le scuole e in circoli privati per divulgare quanto più possibile le problematiche relative al corso d’acqua. Con la Rete avevamo anche avviato degli incontri con i consiglieri regionali, i quali si rivelavano completamente a digiuno in merito. Tutt’al più pensavano si trattasse di affrontare problemi di tipo idraulico e quindi si accontentavano che nel GPS, Grande Progetto Sarno, si progettasse la realizzazione di nuove vasche di laminazione e il raddoppio della foce, senza assolutamente affrontare il tema disinquinamento. Come comitati spontanei di cittadini abbiamo quindi lottato perché il Grande Progetto Sarno non diventasse una moltiplicazione della cloaca, ma si affrontasse il gravissimo inquinamento che sul corso del fiume cresce di metro in metro. 
A tutt’oggi però la programmazione regionale per il Sarno prevede addirittura una triplicazione della foce per ridurre il rischio di esondazioni, sorvolando completamente sull’opportunità di dragare e liberare vari metri cubi dell’alveo. 
Oggi la situazione degli attivisti è molto variegata e dalla Rete a difesa del Sarno sono nati alcune diramazioni: Le sentinelle, gli Amici etc. questi ultimi, di cui fanno parte i Green Italia, si sono distinti per mettere in moto un’azione di raccolta dati dalle amministrazioni comunali in nome della legge sulla trasparenza degli atti pubblici, abbinata alla legge regionale della Campania sugli scarichi nei corpi idrici che, a differenza delle altre regioni, prevede che il registro degli scarichi autorizzati sia a carico dei comuni (e non delle province/città metropolitane come nelle altre leggi regionali che partono da una normativa quadro nazionale). Questo per avere contezza di quanti siano i comuni inadempienti e quindi impossibilitati, per propria carenza, ad affrontare per risolvere il problema degli scarichi abusivi. Grazie a questa iniziativa, sappiamo che alcuni comuni del bacino idrografico del Sarno dichiarano guerra agli altri comuni accusandoli dell’inquinamento, ma di fatto essi stessi non adempiono all’obbligo del registro degli scarichi. 
L’azione continua per acquisire notizie certe da tutti i comuni del territorio e spingere le amministrazioni locali a lavorare insieme per debellare il dannoso fenomeno, seguendo l’esempio di situazioni analoghe affrontate con successo in altre zone d’Italia e d’Europa (cfr. Santa Croce sull’Arno).

18.4.20

Appello di Green Italia Campania per ripartire col piede giusto



La fase più critica di questa Pandemia sta per essere superata e adesso è il momento di ripensare alla ripresa socioeconomica della nostra comunità. Un fatto inequivocabile è che la vita non sarà più la stessa. Tuttavia, seppure sembra difficile immaginarlo ora, può e deve diventare migliore. Questa tragedia ci ha reso consapevoli che le trasformazioni che l’uomo ha messo in atto nel pianeta terra hanno comportato danni e conseguenze gravissime. Questa pandemia ne rappresenta uno dei tanti aspetti. 
Uno studio avviato dalla Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA), redatto in collaborazione con le Università di Bari e di Bologna, pone l’attenzione sull’effetto dell’inquinamento da particolato atmosferico e la diffusione di virus nella popolazione, individuando il ruolo del particolato atmosferico come “carrier”, cioè come vettore di trasporto e diffusione per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus, e la sua condizione di substrato che può permettere al virus di rimanere nell’aria in condizioni vitali.
Sembra accertato che a livelli più alti di inquinamento atmosferico corrisponda una più larga diffusione dei virus.
Non dobbiamo trascurare il fatto che l’inquinamento dell’aria, a prescindere dall’attuale pandemia, provoca in ogni caso numerosi morti premature in Europa e l’Italia ha il valore più alto dell’Ue di decessi prematuri per biossido di azoto (NO2, 14.600 persone/anno stimate).
Questo dato impone una riflessione. Soprattutto destano meraviglia le immagini dell’aquila minore avvistata a Napoli, le foto che riprendono le acque ora cristalline di Posillipo e ancor più stupefacente la ritrovata purezza delle acque del fiume Sarno.
I commenti di tutti noi, che ascoltiamo e leggiamo sui social, confermano la riscoperta di una natura finalmente ritrovata. Quanti in questi giorni si sono risvegliati con il sottofondo del cinguettio degli uccelli e hanno potuto aprire le finestre per far entrare in casa un’aria finalmente pura. Questa è sicuramente una conquista insperabile. 
Non possiamo, non dobbiamo tornare indietro.
E’ l’occasione per cominciare a pensare ad un diverso modo di vivere il nostro Paese, e ad un diverso significato della parola “sviluppo” da intendere non più solo come impulso a crescere e consumare, e quindi a ridurre i servizi ecosistemici. 
Il premio Nobel per l’economia Kenneth Boulding affermava “Chi crede che sia possibile una crescita infinita in un mondo finito o è un pazzo o è un economista”.   
E’ da qui che dobbiamo ripartire col piede giusto, da questa consapevolezza e ripensare quindi il concetto di opere pubbliche, opere che, come dice il nome, devono servire al pubblico, alla collettività.